| L'elisione | ||
|
Io, lo iato alla mia vita, m'elido l'esistenza, estraneo a me: uno mi sento, e uno credo appaio, ma eludo ogni mio istinto ogni momento, immobile nel guado m'avventuro controcorrente soltanto con la mente, lentamente confondendomi al fondale. Intanto incanutendomi snaturo questo mio essere insicuro e vile, che finto e simulato ulteriormente divide ciò che è da ciò che appare: qualunque astro mi stia per albeggiare dentro, per esempio, un pallido tramonto raffiguro, di un giorno mai vissuto e dunque spento. Vedo l'errore, e il seme del rimedio, ma ciò che manca è il tempo, e il tempo è stanco: è stanco il tempo, quello che rimane. Quello che rimane per noi poveri relitti di quest'era soffocata (credevo fosse bene rimandare al momento in cui sarei stato migliore, e il momento era allora) è quel languore che ci pungeva allora, mentre ora non ci è più dato poterlo soddisfare; e io mi sono involontariamente visto asceta, pentito della fame che ora sento, con nulla da addentare a questo tavolo, se non cibo stantio, cibo avariato, avanzi della mensa a cui mancavo. Nessuno percepiva la mancanza, e nessuno percepisce l'elisione che ancora rappresenta in ogni scena l'attore del mio comportamento: ed è lungo ed è profondo quel sospiro che abbraccia ed accompagna lo spavento indefinito, infinito, la coscienza della mediocrità, dell'esistenza (ancora l'esistenza) abnorme, avulsa dall'entità del sogno, e l'obiettivo svanito, l'occhio sbiadito, il passo greve, il tremito alle mani, il cuore in gola, il capogiro, e l'illusione infranta; è quasi un boccheggiare quel sospiro, è un sospingersi al limite del nulla, è il fallimento, è l'inutilità del malcontento, e ancora quell'anelito al piacere; è tutto il mondo che ti ruota intorno, che subito t'inghiotte, ed è inghiottito da quel mondo stesso che hai subìto e che subisci dal giorno in cui sei nato, e subirai fino al giorno della morte. Aspetto lo spalancarsi delle porte che mai vidi socchiuse, mai aperte, ma sempre sigillate dalla sorte che per me scelsi, e che mai volli cambiare, convinto che solo fingere e sbagliare mi fosse consentito a questo mondo. Questo l'errore immondo, l'elisione dell'apparire, dell'essere, e il volere: io schiavo della mia errata convinzione, errante per quell'etere immaturo e impeccabile nel mio fremere dentro, perfetto nel soffocare lo sgomento che mi prendeva sempre, se la vita mi scivolava accanto, quella vera, e mi tendeva ancora la sua mano, la timida salvezza, l'innocenza, l'appiglio che ogni volta rifiutavo, l'appiglio che rifiuto ancora oggi; e sono l'insulto, alla vita banale, e sono l'insulso che ancora si crede geniale, si vuole e si cerca migliore; ma sarò il padre peggiore, lo schiavo e l'avulso, il tenero cinico orrore che tinge le tende di lacrime e sangue, il povero esangue assetato, il bastardo umiliato, il solo impotente saccente; ed ancora mi stranio, di nuovo mi elevo ai più infimi incanti e reconditi vanti che affosso nell'anima esausta; l'infausta stagione persiste, lontana è la fine, eppure ci sono già dentro, infelice e contento, incensato ed inviso e ancora nient'altro che solo. Degno di triste menzione rimane l'amore, che mi farà deluso, l'intruso nel tuo paradiso, e forse il tuo sorriso, che solo ancora può salvarmi. |
||
| 1997. |