Andrea Brenna - Il Demone Segreto


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Versi
Inghiotto ogni attimo
Che cosa resterà di ciò che scrivo
Waterloo
Un amore estivo
Rifugio precario
Quale il peso delle povere parole
Un crepuscolo felice
Catullo
Brandelli di opinioni
Sospiro tranquillo
L'elisione
Venezia in un giorno di pioggia
L'eclisse
Morfeo
Emersi due amanti
Memento
Il centimetro quadrato
Sommersione
Dentro - seconda stesura
Dopo dieci anni
Aracnosofia
E spargi un silenzio infame
Seconda gestazione
Quando il sogno resterà, per così dire
Le nostre finestre
Avrei voluto riviverti
Quello che abbiamo visto stasera
Non credere alle fandonie del poeta
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  L'elisione  
  Io, lo iato alla mia vita,
m'elido l'esistenza, estraneo a me:
uno mi sento, e uno credo appaio,
ma eludo ogni mio istinto ogni momento,
immobile nel guado m'avventuro
controcorrente soltanto con la mente,
lentamente confondendomi al fondale.
Intanto incanutendomi snaturo
questo mio essere insicuro e vile,
che finto e simulato ulteriormente
divide ciò che è da ciò che appare:
qualunque astro mi stia per albeggiare
dentro, per esempio, un pallido tramonto
raffiguro, di un giorno mai vissuto
e dunque spento.
Vedo l'errore, e il seme del rimedio,
ma ciò che manca è il tempo, e il tempo è stanco:
è stanco il tempo, quello che rimane.
Quello che rimane per noi poveri
relitti di quest'era soffocata
(credevo fosse bene rimandare
al momento in cui sarei stato migliore,
e il momento era allora) è quel languore
che ci pungeva allora, mentre ora
non ci è più dato poterlo soddisfare;
e io mi sono involontariamente
visto asceta, pentito della fame
che ora sento, con nulla da addentare
a questo tavolo, se non cibo stantio,
cibo avariato, avanzi della mensa
a cui mancavo.
Nessuno percepiva la mancanza,
e nessuno percepisce l'elisione
che ancora rappresenta in ogni scena
l'attore del mio comportamento:
ed è lungo ed è profondo quel sospiro
che abbraccia ed accompagna lo spavento
indefinito, infinito, la coscienza
della mediocrità, dell'esistenza
(ancora l'esistenza) abnorme, avulsa
dall'entità del sogno, e l'obiettivo
svanito, l'occhio sbiadito, il passo
greve, il tremito alle mani,
il cuore in gola, il capogiro, e
l'illusione infranta;
è quasi un boccheggiare
quel sospiro, è un sospingersi
al limite del nulla, è il fallimento,
è l'inutilità del malcontento,
e ancora quell'anelito al piacere;
è tutto il mondo che ti ruota intorno,
che subito t'inghiotte, ed è inghiottito
da quel mondo stesso che hai subìto
e che subisci dal giorno in cui sei nato,
e subirai fino al giorno della morte.
Aspetto lo spalancarsi delle porte
che mai vidi socchiuse, mai aperte,
ma sempre sigillate dalla sorte
che per me scelsi, e che mai volli cambiare,
convinto che solo fingere e sbagliare
mi fosse consentito a questo mondo.
Questo l'errore immondo, l'elisione
dell'apparire, dell'essere, e il volere:
io schiavo della mia errata convinzione,
errante per quell'etere immaturo
e impeccabile nel mio fremere dentro,
perfetto nel soffocare lo sgomento
che mi prendeva sempre, se la vita
mi scivolava accanto, quella vera,
e mi tendeva ancora la sua mano,
la timida salvezza, l'innocenza,
l'appiglio che ogni volta rifiutavo,
l'appiglio che rifiuto ancora oggi;
e sono l'insulto, alla vita banale,
e sono l'insulso che ancora si crede
geniale, si vuole e si cerca migliore;
ma sarò il padre peggiore, lo schiavo
e l'avulso, il tenero cinico orrore
che tinge le tende di lacrime e sangue,
il povero esangue assetato, il bastardo
umiliato, il solo impotente saccente;
ed ancora mi stranio, di nuovo mi elevo
ai più infimi incanti e reconditi vanti
che affosso nell'anima esausta;
l'infausta stagione persiste, lontana
è la fine, eppure ci sono già dentro,
infelice e contento, incensato ed inviso
e ancora nient'altro che solo.
Degno di triste menzione rimane
l'amore, che mi farà deluso,
l'intruso nel tuo paradiso, e
forse il tuo sorriso, che solo
ancora può salvarmi.
 
     
  1997.